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Terra di Leggende, il Regno delle Bocce: la sparizione

Amicizia, lavoro e interminabili sfide alla bocciofila legano le esperienze di tre muratori di Castelveccana. Fino al giorno in cui si consuma un triste episodio

(A cura di Roberto Bramani Araldi) Erano amici, per davvero, legati assieme in modo indissolubile, Andrea, Carlo, Paolo e Filippo.

Abitavano tutti in quella piccola frazione del Comune di Castelveccana – Saltirana – sul Lago Maggiore, sponda lombarda, facevano i muratori con passione anche se la professione era dura, in mezzo alle intemperie, freddo polare d’inverno, caldo africano d’estate, e poi lavorare a Milano e dintorni non era proprio il massimo in termini logistici: il mattino in piedi alle cinque, di corsa a prendere il treno delle sei a Caldè per arrivare sul posto per le otto, alla sera rientro alle sette, se non c’erano straordinari da fare, soprattutto durante le stagioni con più ore di luce, graditi comunque perché qualche soldino in più in tasca faceva certamente comodo. Rapida cena e poi a letto che il mattino successivo la canzone non cambiava, il motivo era sempre lo stesso.

Ma quella vita a loro non spiaceva, erano giovani, spensierati, il lavoro non era ritenuto una iattura, anzi, e poi vogliamo mettere al mattino il fiondarsi nella panetteria Giobelli, lì a Saltirana, a comprare qualche “bastone” di pane – una decina, almeno, con l’appetito che non li abbandonava mai -, ma non solo, assaporare il profumo del pane fresco, sbocconcellarne qualche pezzo, croccante e morbido nel medesimo tempo: “Ah, l’è pròpi òn bel mangià òn tòcch de pàn frèsch” diceva Carlo, il più robusto e amante del cibo del gruppo.

Poi a Milano si comprava un po’ di salame e di gorgonzola con un bel fiasco di vino, del quale si vedeva sempre il fondo: “Pèr fa minga un tòrt” come affermavano con convinzione. Il geometra dell’impresa, che voleva apparire letterariamente all’avanguardia, li aveva soprannominati i quattro moschettieri, non solo perché erano sempre insieme, ma anche perché Carlo poteva essere benissimo, per struttura, Porthos, e Filippo, il più esile e magro, Aramis; e gli altri due? Moschettieri pure loro, per analogia, se non altro.

Ma non era solamente il luogo di nascita e la professione che li univa, esisteva un altro valore ancora più radicato: le bocce. La settimana era un passaggio immancabile per giungere al sabato e alla domenica, quando finalmente si andava a giocare a bocce: dove? Ma è chiaro, sui due campi della Trattoria Centrale di Saltirana dove andavano in scena sfide interminabili con in palio i proverbiali spuntini corredati da libagioni adeguate. Il tutto in preparazione alle gare serali per le quali esisteva una specie di patologia inestirpabile, purtroppo sovente delusa per gli impegni lavorativi quasi sempre preclusivi.

Definire Andrea un appassionato era sicuramente una “diminutio”, aveva il culto delle bocce, non solo amava giocarci, ma gli piaceva averne di più tipi, dai colori diversi, un po’ smorti, è vero, sovente monocromatici, verdi, blu, rosse, con alcuni motivi disegnati sulla superficie, tali da renderle diverse. E lui ne comprava set interi, di seconda mano per limitare l’investimento, ma che adorava: le ripuliva con un aggeggio di sua invenzione, le lucidava con cere speciali, di cui si guardava bene di fornire i dettagli di formula, infine le rimirava, a casa naturalmente, con adorazione e quando era costretto ad usarle, quasi era spiaciuto che rotolando sulla terra battuta si sporcassero o riportassero le impronte delle inevitabili bocciate.

Si dà il caso che in quei tempi cominciassero ad entrare in commercio bocce con immagini innovative, molto colorate, screziate e Andrea “ci moriva dietro” sfogliava i cataloghi, invaghendosi ora d’uno, ora d’altro modello: voleva acquistarne un set anche se costavano, ma non importava, non sapeva solo decidersi, le avrebbe volute tutte. I

nfine andò in un negozio specializzato e, viste da vicino, quelle bocce erano ancora più suggestive: alla fine scelse, dopo una trattativa interminabile, una serie cangiante con colori brillantissimi, intersecati abilmente fra loro, che andavano dal giallo al rosso, con sfumature di un verde languido, tendente al pisello, irresistibili, semplicemente.

Le portò a casa, le mostrò con orgoglio agli amici, ma in seguito non trovava mai il momento di usarle sul campo, malgrado le continue esortazioni. Temeva le conseguenze, che potessero perdere la loro luminosità, che i colori potessero sbiadirsi all’aria aperta, o, peggio, che gli urti le rovinassero in modo irrimediabile.

Passavano le settimane senza che nulla modificasse l’atteggiamento conservativo di Andrea, malgrado Carlo/Porthos non lesinasse le pesanti osservazioni sulla sua: “Ma te see propri òn rembambii, ma comè te compret i bocc per tegnì in cà! Ma met ti in cassafòrta: fòrsi l’è mèj!”

Infine Andrea si decise, le mise nella sacca, nello scomparto casellato per le bocce e lemme, lemme si avviò alla Trattoria Centrale, con l’animo in subbuglio, non sapeva se essere lieto per il varo del panfilo d’alto mare o se essere preoccupato per l’inizio dell’uso, ma si sa che nella vita ogni scelta è suscettibile di dubbi, di perplessità, di possibili ripensamenti, dato che proprio perché scelta comporta un percorso di non ritorno, determina l’impossibilità di riavvolgere il nastro del tempo per farlo ripartire dal momento che si ritiene più opportuno in funzione dell’esperienza maturata.

Depositò la borsa e si diede alla consuete schermaglie con i frequentatori della Trattoria, finché venne il momento di cominciare a misurarsi con l’avversario di turno e di sfoderare il suo personale tesoro. Aprì lentamente la borsa, fece per estrarre le bocce e rimase impietrito, paralizzato senza quasi connettere e rendersi conto di ciò che vedeva: nello scomparto c’erano solo tre bocce, ne mancava una! Non aveva dubbi, ne aveva inserite quattro, non avrebbe avuto senso metterne una in meno, dato che in singolare si gioca con quattro, mai in ogni caso se ne usano tre.

Guardò ovunque per accertarsi che una boccia non fosse uscita inavvertitamente per una chiusura imperfetta della borsa, ma ben presto dovette convincersi che la boccia era sparita.

Cadde in una crisi depressiva profonda, cominciò a guardare con sospetto tutti, amici muratori compresi. Tolse le tre cangianti e le lasciò in un angolo del ripostiglio senza usarle mai, neppure per il gioco di coppia, per il quale erano sufficienti due biglie. Tornò alle sue vecchie blu/verdi, senza lucidarle più, quasi avesse perso la gioia di vivere, senza darsi pace.

E in un’abitazione non molto lontana, in una vetrinetta, illuminata di traverso con una luce ad angolazione calcolata per porre in evidenza la sapiente alternanza dei colori, faceva bella mostra una sfera perfetta, lustra e brillante, solo un poco rattristata dall’inevitabile solitudine alla quale era stata condannata.

Terra di Leggende, il Regno delle Bocce: Cazzaniga il Mite

Un altro tuffo nel passato grazie al racconto di Roberto Bramani Araldi

(Roberto Bramani Araldi) La zona di Città Studi, alle spalle delle facoltà di Chimica Industriale, di Medicina e di Geologia, prospiciente allo stadio Giuriati, tempio antico del rugby, era costellata da una serie di campi di calcio brulli, dove l’erba era fuggita, rifugiandosi chissà dove, causa il continuo calpestio delle scarpe con i tacchetti, rigorosamente a vite, come s’usava qualche lustro fa.

Su uno di questi – era l’Half, il Nordhal, il Città Studi: difficile dirlo -, l’angusto spogliatoio negletto in un angolo, si stava disputando un’accanita partita fra due selezioni di Facoltà nell’ambito del campionato universitario. Faceva un freddo becco, dalle bocche dei contendenti uscivano refoli di vapor acqueo, ma l’agonismo, connesso con le scontate rivalità fra i diversi indirizzi di studi, riusciva ad attenuare qualsiasi sensazione climatica sfavorevole, eccetto che in uno dei giocatori: il Publio Cazzaniga. Portava una specie di calzamaglia nera sotto i calzoncini bianchi, un maglione a collo alto sotto la maglia verde, i guanti e, dulcis in fundo, una berretta di lana a cerchi azzurri e neri – era interista convinto! -: sembrava più che un giocatore di calcio un esploratore di ghiacci polari, piovuto per caso a Milano su un campo di periferia.

Non era un campione sicuramente, era un modesto pedatore di centrocampo, se la cavava, ma non era il perno della compagine: gli piaceva, però, l’atmosfera, quella specie di aura giovane, goliardica, con le battute spiritose, il senso di appartenere a un gruppo, i suoi amici, i suoi compagni d’università con i quali condividere lo sport, le avventure, forse l’attimo di una giovinezza spensierata quel tanto di concesso dalla serietà degli studi. Gli esami, la laurea, la dispersione. La squadra di calcio aveva subito la diaspora, ognuno ad ubbidire al richiamo dell’esistenza, a rincorrere esperienze e risultati professionali.

Fu così che Publio lasciò, pur con qualche rimpianto, il calcio e cominciò quasi per caso, dato che gravitava professionalmente alla Bicocca a due passi da Sesto San Giovanni, sede di numerose bocciofile, a farsi gradualmente attirare dalle bocce, anche per seguire uno dei colleghi di lavoro, con il quale aveva un rapporto che valicava i cancelli della fabbrica e del laboratorio chimico, fanatico di questo sport tanto da riuscire a trascinarlo con sé e a trasmettergli una sana passione.

Anche in questo caso non era un campione, tuttavia accostava abbastanza bene, era sempre di poche parole e molto concentrato, rappresentava il compagno di coppia quasi ideale.

Naturalmente nel fine settimana era scontato dedicare qualche ora agli allenamenti e lì, nel bocciodromo dell’ANPI, limitrofo alle Officine Falck, allargò la sua sfera di conoscenze che gli offrivano motivi di sincero compiacimento per la ricchezza di rapporti umani dai quali poteva abbondantemente attingere.

Non proprio tutti in verità, perché lì all’ANPI razzolava un certo Alfonso, un omone grossolano non solo nei tratti, ma soprattutto nei comportamenti, che cominciò a farne bersaglio delle sue battute da caserma. Era partito con il nome: “Publio, ma che razza di nome è? Chi è stato il genio a chiamarti così, la madre o il padre?” E lui paziente a spiegare: “Mio padre amava molto il poeta latino Publio Ovidio Nasone, quindi gli parve molto bello che la mia nascita fosse per loro un inno alla poesia della vita e convenne con mia madre di chiamarmi Publio, che per me è un gran bel nome!” Al che l’Alfonso: “Ah, di sicuro per quanto riguarda il naso è azzeccato! Nasone, proprio una bella bistecca hai sulla faccia!” E giù una risata sguaiata.

Ma la persecuzione non si fermava qui: ce l’aveva anche con i capelli della vittima ormai sacrificale: “Dì un po’ fenomeno, come fai a nasconderti la pelata? Ti fai crescere quelli di lato per tirarteli fino all’altra parte, così con quei quattro peli pensi di nasconderla? Ma fammi il piacere, pelato sei, altro che storie!” E altra omerica risata.

Alternativamente partiva con l’attacco al cognome: “Uei Cazzaniga cosa hai mangiato oggi col pane: mannaggia non mi viene la rima, eppure so che c’è, mi aiuti per piacere?” E giù una serie di risate. Il Cazzaniga era sempre stato un mite e anche in questi frangenti evitava di replicare con adeguate espressioni. Gli giravano per la testa una serie di argomentazioni atte a mettere in ridicolo l’Alfonso, ma poi nei momenti topici si richiudeva come un riccio su sé stesso e lasciava perdere.

Aveva cominciato ad avere con sé una misteriosa bottiglietta colma di liquido: ogni tanto la prendeva, la rigirava, la guardava con fare interrogativo, poi la riponeva nella sacca, salva farla riemergere ogni volta che i lazzi diventavano particolarmente insistenti.

Capitò che all’ANPI venne disputata una gara regionale a coppie, Publio era con il suo abituale mentore, mentre l’Alfonso giocava con un loro comune amico. La gara era domenicale, perciò tutto si sarebbe concluso in giornata.

Ora, mentre il suo aguzzino veniva eliminato quasi subito, il Cazzaniga era andato avanti e ormai stava disputando il suo quarto di finale con alterna fortuna. Purtroppo verso la fine comparve l’Alfonso, che, un po’ roso dall’invidia che l’altro fosse arrivato nei primi otto finalisti, un po’ perché non poteva evitare di seviziarlo, cominciò ad apostrofarlo con le solite tiritere. Publio, innervosito, cominciò a sbagliare, tanto da farsi eliminare. Uscì dal campo furioso, mise le mani nella sacca, estrasse la misteriosa bottiglietta, si avvicinò alle spalle dell’Alfonso e nella tasca posteriore mezza stracciata ne versò l’intero contenuto. L’altro lanciò un urlo, poi: “Ma guarda sto deficiente, cosa ti viene in mente di bagnarmi di acqua i pantaloni! Fino alle mutande mi ha lavato! Vai tranquillo che te la faccio pagare!” Publio mise via le sue cose, un sorriso malizioso gl’increspò le labbra, poi se ne andò.

L’Alfonso volle dimostrare di essere superiore, ma non appena il liquido prese ad asciugare, cominciò a sentire tirare da tutte le parti, non riusciva a capire, i peli si strappavano e sentiva un male terribile, non sapeva come fare, quale rimedio attuare, alla fine un misericordioso chiamò un taxi per farlo portare a casa, ma, una volta arrivato dinanzi all’ingresso, l’attendeva un’altra impresa: l’ascesa fino al terzo piano in uno stabile senza ascensore, come Purgatorio Dantesco lungo la collina dell’espiazione.

Il Cazzaniga continuava a sorridere, soddisfatto di aver scovato il coraggio per l’azione. Gli aveva versato nella tasca uno sciroppo concentrato di zucchero che, seccandosi, aveva formato un blocco tenace: la vendetta era stata finalmente compiuta!

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Terra di leggende il regno delle Bocce: il Nervosat

Una storia d’altri tempi, raccontata come di consueto magistralmente da Roberto Bramani Araldi. Un tuffo nel mondo delle bocce d’altri tempi

(Roberto Bramani Araldi) La provinciale che, superato il passaggio a livello di Laveno, s’incammina spedita fra la rada boscaglia, traversata sovente da avventati caprioli, soli o in branco, con brevi rettilinei invitanti verso Cittiglio, indugia a contemplarlo consapevole che, prima di essere paese, si degna di offrire una serie di villette, distanziate dei giusti spazi, dai colori tenui, quasi sfumati, come volessero mantenersi lontane da qualsiasi esteriorità d’immagine, in ossequio alla tipica funzionalità delle campagne lombarde, refrattarie alle tinte vivaci, scintillanti e dense di toni pastello, quali le accattivanti alternanze colorimetriche delle località marine venete, come Chioggia o le abitazioni sulle isole della laguna.

Ecco, lì in una di quelle case senza eccessive pretese, ma comode e confortevoli, abitava l’Alfonso, un foresto che non si sapeva bene da dove venisse, essendo lui scontroso per natura e affatto propenso al dialogo né tanto meno a raccontare i fatti suoi. Alto, segaligno, sul viso scarno un naso leggermente adunco che gli conferiva l’aspetto di un rapace, poiana, gheppio o sparviere secondo le personali interpretazioni dei vicini, non era uso dare confidenza, anzi era fondamentalmente litigioso, tanto che gli era stato affibbiato il soprannome di nervòsat.

Infatti bastava un niente per farlo accendere come un falò preparato con sterpi secchi e durante una giornata ventosa: le fiamme della sua irritazione salivano immediatamente verso l’alto, sfrangiandosi e spargendo nugoli di scintille roventi intorno. Una volta esplodeva perché il vicino aveva osato bagnare la sua fetta di prato, non importa se inavvertitamente, un’altra era la musica del figlio dell’altro dirimpettaio tenuta a livelli di sonorità inaccettabili, un’altra … tutto andava bene per questionare e accapigliarsi, anche se solo a parole.

Alfonso amava giocare a bocce, nella zona era abbastanza facile, pochi chilometri e a Laveno c’erano i due campi dal fondo verde in quella specie di sotterraneo vicino alla stazione delle ferrovie nord, mentre a Brenta, c’erano due campi all’aperto, un po’ irregolari, è vero, ma fascinosi per l’ambiente cordiale e per l’intimo contatto con la natura della collina limitrofa.

Non era pensabile che diventasse un angioletto, allorché si lanciava in sfide interminabili per le sue adorate bocce, anzi. Bastava veramente poco, una giocata fortunata dell’avversario, una supposta ingiustizia arbitrale, oppure qualche coincidenza non proprio favorevole durante la partita, per farlo partire a snocciolare une serie impensabile d’improperi contro tutto e contro tutti, pur che qualcuno potesse diventare un bersaglio.

Nervòsat era e nervòsat rimaneva. C’era poi un atteggiamento particolare che lo riempiva d’orgoglio, al quale ricorreva sempre molto spesso, non appena l’estro lo sorreggesse: il giocare con i piedi.

Aveva imparato a far scorrere la boccia, che avrebbe dovuto essere impugnata, accompagnandola con la suola affinché si avvicinasse, poi, con abile tocco, sotto, per mezzo della punta della scarpa la faceva sollevare di quel tanto da poterla afferrare al volo: “così non devo continuamente chinarmi a raccattarla”, affermava con convinzione.

Un bel giorno – si fa per dire, non lo sarebbe stato per niente – si trovò a disputare un quarto di finale a Brenta contro un avversario ostico che non voleva certamente lasciargli via libera. L’Alfonso conosceva bene i campi, intorno c’era uno stuolo, se non di amici almeno di conoscenti, sentiva di essere a casa sua e mai e poi mai avrebbe accettato di perdere l’incontro contro chi veniva “da fuori”. La partita era avvincente, punto a punto fin dall’inizio tanto che, dopo oltre un’ora di competizione si trovavano ancora pari: 9-9. Durante la mano successiva l’antagonista non riuscì, con tre bocce, a togliere il punto all’Alfonso: ci riuscì con l’ultima. Il nostro aveva ancora tre bocce, eliminando quella del punto non solo avrebbe potuto contare sul suo già in terra, ma avrebbe avuto la possibilità di concludere l’incontro con le ultime due bocce 9 + 3 = 12!

Si mise in posa per la bocciata inevitabile, si sentiva sicuro, era un bocciatore più che discreto e quella biglia era quanto mai invitante. Si lanciò con la punta della scarpa la boccia nelle mani, prese accuratamente la mira, poi scoccò: boccia colpita perfettamente e partita a un passo. L’avversario, però, denunciò: “Boccia bassa”. L’arbitro si avvicinò e confermò, la bocciata doveva essere annullata! A quel punto che nervòsat sarebbe stato se avesse accettato supinamente il verdetto? Cominciò ad esplodere in invettive impronunciabili, sostenendo che la bocciata fosse valida, andò a segnare con le dita per terra per indicare dove avesse battuto la sua boccia. L’arbitro contestava l’interpretazione dicendo che il segno da considerare fosse un altro: un bailamme incredibile, dove ognuno diceva la sua pretendendo di possedere la suprema verità. L’arbitro fu irremovibile e la boccia venne annullata. L’Alfonso aveva ormai perso la capacità di ragionare, sbagliò le ultime due bocce che aveva a disposizione e, alfine, perse la partita. La rabbia era all’eccesso – era o non era il nervòsat? -, si avvicinò alle bocce e invece di tentare il solito giochetto con la punta della scarpa, affibbiò un tremendo calcio all’agglomerato che si era formato alla fine dl campo. L’ululato che ne seguì sembra fosse stato sentito ben oltre il monte Lema e l’Alfonso crollò a terra, dovette essere trasportato con l’autoambulanza nel vicino ospedale di Cittiglio, dove venne ingessato, caricato su una sedia a rotelle e trasferito a casa con una prognosi di almeno 90 giorni per le fratture multiple alle dita del piede. Non è dato sapere con esattezza come trascorse quei mesi d’immobilità, alcuni dicono che litigasse con veemenza con il gatto del vicino che osava sconfinare nel suo giardino: se uno nasce nervòsat, nervòsat riamane: non cambierà mai.

Camilla Biancotto… ciao!

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Camilla BIANCOTTO ci ha lasciato e ha raggiunto papa’ Luciano.
Noi la ricordiamo come MAMMA, appassionata di BOCCE ma soprattutto la ricordiamo con il Suo SORRISO, che portava nelle case di chi aveva bisogno.
Ai figli Daniele e Renato un grosso abbraccio.

Terra di Leggende il Regno delle Bocce: Evaristo e Battista

Un’altra storia affascinante quella raccontata oggi da Roberto Bramani Araldi, appassionato di bocce. Questa volta il “viaggio” è nell’hinterland milanese

(A cura di Roberto Bramani Araldi) Evaristo, operaio presso le Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni, dove svolgeva la mansione di “mulettista” addetto allo scarico degli automezzi che recavano i rottami ferrosi indispensabili per l’alimentazione degli alti forni Martin-Siemens, quel giorno del mese di settembre del 1978 era particolarmente euforico: fischiettava in continuazione tanto da sembrare un fringuello in amore, seppure la stagione degli accoppiamenti fosse largamente superata.

Non è che l’ambiente di lavoro ispirasse in modo particolare il trasporto per la natura: quando si aprivano i tetti a tenaglia dei forni si sprigionava una densa nube rosso-arancione che si espandeva con lentezza nell’aria permeandola di polveri e odori non proprio appartenenti agli effluvi profumati di un roseto.

Ma il lavoro è il lavoro e a lui piaceva quello scorrazzare avanti e indietro nel piazzale sul suo mezzo a forche: gli sembrava di essere impegnato in un rally – quasi epigono di Munari con la sua Lancia Fulvia 1,6 HF – con strade impervie e ricche d’insidie che lui, esperto e “gran manico”, evitava con la consueta maestria. E poi ne aveva di motivi, anzi ne aveva uno veramente importante.

La sera prima alla Bocciofila San Giorgio, lì a fianco o quasi, aveva vinto alla grande la batteria eliminatoria qualificandosi per le semifinali che si sarebbero tenute il giovedì successivo e  già fantasticava sulla possibile entrata nelle finali. Aveva fatto una testa così al Giovanni, suo collega di muletto e anche lui giocatore di bocce, orientato alla bocciata, però, mentre il nostro era più un puntista.

Non giocavano mai assieme, sebbene sarebbe stato logico avendo due diverse predisposizioni che si sarebbero integrate in modo naturale, anche perché le gare che venivano organizzate erano quasi sempre a coppie, le gare individuali rappresentavano quasi l’eccezione.

Ma l’Evaristo non aveva solo la passione delle bocce, ma anche quella degli animali: ogni mattina che Dio mandava si alzava prima delle cinque – il turno di lavoro iniziava alle sei – per portare da mangiare ad una nutrita tribù di gatti, più o meno randagi, quindi indipendenti, ma fortemente interessati a strusciarsi contro le sue gambe, miagolando con enorme convinzione, allorché compariva con sacchetti colmi di leccornie – almeno così erano per loro – raccattate ovunque gli fosse possibile per alimentare i suoi convitati del mattino. Fin lì tutto bene: i felini non intralciavano più di tanto le sue attività di lavoro, né, tanto meno, quelle sportive. Ma il punto di caduta fu determinato dal Battista.

Chi era il Battista e dove l’aveva incontrato? Incontrato è il termine giusto, dato che un  giorno, girando l’angolo di via Risorgimento, venne investito da un botolo lanciato a velocità supersonica che lo fece ruzzolare come una straccio sul marciapiede. Il botolo – una specie di spinone di grossa taglia, specie perché riusciva di certo ad assommare parecchie razze canine anche poco compatibili fra di loro – si fermò perplesso, consapevole di averla combinata grossa e, per farsi perdonare, si avvicinò all’Evaristo leccandogli ripetutamente il volto.

“Vedi – sembrava dicesse – non l’ho fatto apposta, scusami, non volevo, ma, sai, quando si corre mica si può vedere se le tue zampe andranno a incrociare quelle di un umano!”. Detto e fatto, tra i due s’instaurò un rapporto indissolubile e il Battista seguiva l’Evaristo anche sui campi di bocce, dove veniva legato per evitare che la sua passione di rincorrere palle, di qualsiasi tipo e sostanza fossero, creasse problemi sgradevoli ai giocatori. Solo che i problemi emergevano ugualmente, perché lo spinone non gradiva di essere legato a un palo o a qualsiasi altro oggetto verticale che gli somigliasse, per cui dopo un congruo periodo di attesa, si lanciava in un concerto di latrati, uggiolii, lamenti da straziare, soprattutto i timpani, di tutti gli astanti. Quindi il Giovanni non ne voleva sapere di “giugà insèma a un rembambii che el se porta un ròmpa ball che el te lassa minga concentra in del gioeùgh”.

Ecco chiaro il motivo delle rare partite dell’Evaristo, costretto a disputare le individuali: le gare a coppie gli erano precluse. Con le individuali riusciva sempre a trovare qualcuno – sovente il Giovanni stesso – che intrattenesse il cane, perciò il compromesso funzionava anche per il fatto che non essendo un granché come bocciatore, raramente arrivava alla fine della eliminatoria. Questa volta invece tutto era filato liscio e anche le semifinali erano andate a mille: aveva dominato ed era entrato in finale. Sarebbe stato fra i primi otto della gara! La sera fatidica Evaristo e Battista si presentarono sui campi della San Giorgio, impettito e orgoglioso del risultato conseguito fino a quel momento il giocatore, scodinzolante e particolarmente effervescente, l’accompagnatore, con il Giovanni come “guardiano specializzato”.

Comincia il quarto di finale e l’Evaristo è ancora una volta ispirato: un accosto dietro l’altro a pochi centimetri dal pallino, le poche bocciate indispensabili letteralmente perfette, per l’avversario non c’è scampo, rimane inchiodato a zero mentre Evaristo è già arrivato a nove, Giovanni si entusiasma per il suo amico e allenta la presa sul guinzaglio … e ciò che non doveva accadere, accade. Battista schizza via e si precipita nel campo a inseguire le bocce, tenta di afferrare il boccino, poi derapa con tutte  le unghia ben piantate sul terreno di gioco tanto da lasciare dei binari che neanche la ferrovia all’interno della Falck riesce a tracciare, spinge col muso le bocce più grandi e corre, corre, senza lasciarsi acchiappare: infine quando lo catturano il campo di bocce sembra arato di fresco e il suo costernato padrone viene squalificato.

Non si è riusciti a sapere a quale tipo di carne si dovesse imputare quel profumo d’arrosto che usciva dalla casa dell’Evaristo nei giorni successivi, di certo del Battista, scappato a zampe levate dal bocciodromo, se ne perse ogni traccia.

Beigiurnà & Virtus: gemellaggio “perfetto” in “perfetta” parità!

Al termine delle dodici partite disputate in coppia, le formazioni delle due società raggiungono lo stesso punteggio: 96-96.

Né vincitori, né vinti!  Questo il verdetto finale scaturito dalle corsie di Brenta.

Non sono bastate dodici partite per decretare la squadra vincitrice nell’incontro che ha sancito il  gemellaggio tra le due società, svoltosi sabato scorso presso il Parco Pubblico di Brenta, dove gli amici della Virtus di Cassina De Pecchi e i padroni di casa dei Beigiurnà hanno dato vita ad una bella giornata trascorsa in compagnia sfidandosi, senza esclusioni di colpi, sui viali del bocciodromo Brentese.

E pensare che la prima fase dell’incontro, dopo la disputa delle sei partite previste, ha visto prevalere i portacolori dei Beigiurnà  con ben quindici punti di vantaggio che fissavano il risultato parziale sul punteggio di 54-39.

Poi nella seconda tornata, come spesso accade nel nostro sport, il vento è cambiato e i giocatori della Virtus hanno iniziato a sfoderare belle prestazioni riuscendo alla fine a recuperare lo svantaggio chiudendo a loro favore con un perentorio 42-57.

Era possibile immaginare un finale più bello? Tutti quanti i presenti hanno pensato di no ed infatti, di comune accordo, i capitani delle due formazioni hanno subito deciso di non effettuare la classica sfida ai “pallini” per stabilire i vincitori dichiarando così di fatto la fine dell’incontro sul punteggio di perfetta parità:  96-96.

I vincitori, però, non sono mancati come si conviene in tutte le manifestazioni.

 Fuori dalle corsie di gioco, prima dell’inizio della gara, il vincitore è stato il Presidentissimo Gianni Ratti.

Impeccabile come sempre, da perfetto padrone di casa ha organizzato con i suoi collaboratori della Pro Loco una bella grigliata per tutti i partecipanti, in totale sicurezza, rispettando le numerose norme a loro imposte in questo periodo di pandemia. A lui e ai suoi ragazzi va il nostro più sincero ringraziamento per la disponibilità e l’aiuto che da tanti anni ci offrono in occasione delle nostre manifestazioni.

L’altro vincitore di giornata non poteva che essere il nostro Presidente, il nostro “Maestro”!

Finalmente tornato tra di noi, è stato bello ed emozionante per tutti vederlo aggirarsi felice fuori dai campi, dai suoi amati campi di bocce.

E’ stato tra di noi per tutto il giorno e vederlo seguire attentamente le partite, leggere nei suoi occhi la voglia di essere protagonista in campo e sentirlo a volte sussurrare “… come è  bello giocare a bocce” ci ha fatto tornare sereni e spensierati dopo il lungo periodo trascorso da tutti noi in compagnia di ansia e preoccupazione per lui.

Caro “Maestro”, per il momento te la sei cavata bene così, ma ricordati che tutti noi ti abbiamo regalato le bocce perché non avremo pace fino a quando non le vedremo rotolare piano piano e fermarsi lontano dal pallino oppure ammirarle sul muretto dopo una raffa (o volo) sbagliato!

Solo allora per noi sarà ritornato tutto normale, perché a noi piace questa tua normalità e vogliamo tornare a riviverla insieme a te al più presto!

Infine un ringraziamento sincero va a Roberto Zuffetti, capitano e leader indiscusso della Virtus, perché senza la sua amicizia e passione questa bellissima giornata non ci sarebbe stata. In lui, e nel suo splendido gruppo, abbiamo trovato terreno fertile e siamo certi che con loro continueremo ad alimentare il nostro gemellaggio “perfetto”.

                                                                                                                       A.S.D. Beigiurnà

FOTOGRAFIE DELLA MANIFESTAZIONE

Terra di leggende il Regno delle Bocce: Giancarlo Gambato

Un’altra storia di un tempo ormai perduto anche da Brezzo di Bedero, dove le personalità e le figure che giocavano a bocce rendevano lo sport affascinante

(a cura di Roberto Bramani Araldi) “Dai, Giancarlo, oggi ti voglio chiamare con il tuo nome di battesimo non con il solito cognome con cui tutti ti hanno sempre apostrofato, con simpatia e amicizia, mai in modo irrisorio, non glielo avresti sicuramente permesso! Eh, sì, avevi un bel caratterino, non solo in campo con le tue adorate bocce con le quali sovente facevi dei numeri davvero sbalorditivi, mirabili direi, se non temessi di apparire un po’ adulatore. Sorridi? Scommetto che ne sei compiaciuto. Ti piaceva che qualcuno ammirasse la tua abilità: un pizzico di orgoglio per quello che uno sa fare bene non guasta pur che non sconfini nella squallida millanteria che inficia qualunque abilità.

Dai, vieni sottobraccio che facciamo quattro passi intorno al bocciodromo di Brezzo di Bedero dove si stanno disputando le finali della gara a te intitolata, anche se piove stasera. Quest’anno le eliminatorie sono state riempite di giocatori immediatamente, senza fatica: la gente aveva voglia di giocare, di stare insieme, di parlare di bocce, di cominciare le eterne discussioni su questa o quella fase di gioco, dove il probabile sostituisce con sempre maggiore forza il certo. Che cosa c’è di più affascinante dell’immaginare uno svolgimento diverso dall’avvenuto per realizzare il desiderio che non si era perfezionato?

Non essere recalcitrante, lo sappiamo entrambi che in questi momenti non si può andare braccetto, che occorre tenere il distanziamento sociale, che occorre essere prudenti anche al di là del buon senso, talvolta, ma anche se percorriamo per un breve tratto la trasgressione non commettiamo un reato, siamo amici o no? E poi a te non spiaceva andare controcorrente: oppure mi sbaglio? Sorridi di nuovo, ma attento a non morsicarti i tuoi inconfondibili baffoni, sarebbe un peccato che venissero inumiditi e perdessero la loro inconfondibile fattezza.

Ma ci pensi? Siamo ormai alla sesta edizione del tuo Memorial: sembra ieri quando decidesti di allontanarti per lanciarti in sentieri vergini, immacolati, seppure ne parlassi con quella noncuranza usata sapientemente per mascherare il timore, che, è inutile nasconderlo, ci accompagna non molto amichevolmente allorché ci addentriamo nell’intricata foresta del pensiero conclusivo.

Ti ricordi quando eri venuto per un aperitivo in giardino per parlare della tua stenosi, che ti creava problemi di deambulazione, ma soprattutto non ti permetteva di bocciare con quella naturalezza che ti contraddistingueva e faceva apparire semplice ciò che non lo era affatto? Non riuscivo a capire se erano le bocce o altro la fonte delle tue preoccupazioni: forse non solo, ma altrettanto sicuramente ne erano la ragione principale. Vedi, Giancarlo, la serata non è proprio ideale, tuttavia fa meno caldo, si gioca senza diventare madidi dopo pochi minuti, il tuo tabellone – quello che avevi proposto con tanta determinazione – campeggia ancora lustro quasi fosse stato appena confezionato, prima ingombro di tutte le mille cose che costellano l’attività della Bederese, ora con i nomi dei finalisti: lo sai che è di grande utilità?

Sai, le partite sono state molto belle tecnicamente: ha prevalso Franco Rossi su Castiglioni con i valletti Cozzi e Finali, entrambi competitivi e all’altezza dei finalisti. Ora ci saranno le premiazioni, i discorsi con la commozione della tua Federica che si emoziona sempre per questa gara che è lieta di sponsorizzare in tuo ricordo, e poi il rinfresco officiato dai soliti volontari – il Boscaro e il Meoni all’avanguardia – con le solite chiacchiere. Tu non sarai, come adesso, a braccetto solo con me, ti prenderanno tutti e ti faranno sedere accanto a loro per far tornare vivo il ricordo del Gambato, gran giocatore, un po’ balzano, forse, ma gran giocatore, perbacco!”.