Beigiurnà di Laveno Mombello al vertice lombardo di bocce nella terna. Ora si guarda al campionato italiano

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Mauro Giudici racconta il successo conseguito dalla terna categoria C: “Abbiamo ottenuto qualcosa d’inatteso, ma ci speravamo”

Sicuramente il presidente della Bocciofila Beigiurnà di Laveno Mombello è troppo giovane per aver visto, alla sua prima uscita nel 1955, il film “All’inferno e ritorno”, film genere guerra, ambientato nel periodo 1943/1945, che racconta la storia di un eroico soldato americano che, superando molteplici vicissitudini, viene insignito con la massima decorazione militare statunitense. Ma deve averlo visionato in seguito, perché la sua epopea percorre, per le difficoltà attraversate nell’ultimo anno, un cammino analogo al soldato Audrie Murphy. Abbiamo voluto ascoltare dalla voce di Mauro Giudici il racconto diretto del successo conseguito dalla terna categoria C nel campionato lombardo.

Presidente, alle finali per il titolo di campioni lombardi siete arrivati godendo della vittoria conseguita nel 2019 ai campionati provinciali, non essendo stata disputata la medesima manifestazione, causa virus, nel 2020: è stato un evento favorevole per lei, visto che nell’ottobre dello scorso anno si trovava in ospedale?
«In effetti per me è quasi miracoloso. L’incidente che ho avuto mi ha costretto nelle corsie ospedaliere per circa tre mesi, quando ne sono uscito non pensavo certo alle bocce, ma avevo come traguardo quello di rimettermi in buona salute, di riacquistare quel peso che avevo abbondantemente perso, di riprendere, insomma, un percorso verso la mia vita precedente, un percorso di normalità. In questo ambito è venuto in seguito anche lo sport delle bocce, che costituiscono un punto di riferimento vissuto con enorme passione, per cui ho ripreso ad approcciarle con cautela, tenendo presente che la mia predisposizione è per il tiro, la bocciata, e nei primi passi post-convalescenza non era semplice, anzi. Comunque alla fine di senti più forte del destino».

Visto il risultato la ripresa è stata fulminea, ma una terna non è solo il presidente: qual è stato il segreto che vi ha portato al successo?
«Rispondere è quasi scontato, si rischia di sconfinare nel banale, ma banale non lo è affatto: la coesione, il senso di appartenenza al gruppo, la capacità di sopperire alle inevitabili defaillances di uno con l’incremento delle prestazioni degli altri due, con una sinergia eccellente che permette di mantenere costante il livello delle giocate, l’omogeneità delle prestazioni. Nessuno dei tre si spazientisce, al contrario, quando compare l’errore è come se scattasse una risorsa ulteriore, che compensa, talvolta in modo decisivo, riuscendo a mettere in difficoltà l’avversario. Inoltre da non trascurare la serietà nell’affrontare l’evento: ci siamo trasferiti a Peschiera del Garda il giorno precedente, scaricando il peso del viaggio dalla gara, abbiamo provato e riprovato i campi: non abbiamo trascurato nulla di quanto ritenevamo necessario per approfondire la conoscenza dell’ambiante nel quale ci saremmo misurati».

Dobbiamo dedurre che con questi valori il cammino sia stato agevole?
«No, direi, tutt’altro. Gli avversari erano agguerriti, poco disposti a gettare petali di rosa sul nostro viaggio verso la meta finale. Soprattutto nella prima fase eliminatoria, concepita a terzine. Nel nostro girone avevamo Brescia e Sondrio. Sondrio non si è presentata, quindi due incontri con Brescia: una vittoria per parte, perciò per giungere a designare la semifinalista sfida ai pallini. Qui Silvano Casartelli ha messo subito le cose in chiaro colpendo in sequenza tre pallini su tre, quindi avviando la contesa verso una strada in discesa. Nel pomeriggio abbiamo abbandonato Peschiera del Garda per andare a Mantova, nel superbo impianto – otto corsie da circa 28 metri – che ci ha ospitato per le fasi finali. E lì abbiamo fatto come il buon vino che invecchiando migliora. Abbiamo battuto Bergamo per 12-2 e in finale abbiamo avuto Milano – Nuova Paolo Colombo – che ha subito un’analoga sorte: sconfitta per 12-4. Abbiamo giocato bene, Baraldi con le sue accostate sovente perfette, Casartelli con bocciate chirurgiche e io … me la sono cavata, diciamo così per non lodarmi troppo».

E per il campionato italiano, pensate di ripetere l’impresa?
«Non sappiamo ancora nulla riguardo data e ubicazione. Si parla di Toscana, ma sono voci, non certezze. Sicuramente abbiamo intenzione di preparare l’evento con la massima determinazione, senza lasciare spazi inesplorati, attendiamo di conoscere cosa la Federazione ha intenzione di programmare, poi ci adopereremo in merito. Abbiamo ottenuto qualcosa d’inatteso, ma ci speravamo. Ora che siamo campioni lombardi, vogliamo fare bella figura agli italiani. Poi lo sport è affascinante proprio perché, a parità di categoria, non c’è mai niente di ovvio e l’imponderabile è sempre in agguato: ci proveremo, su questo potete contare».

Mauro Giudici, con la sua innata simpatia, ci ha fatto rivivere il suo personale “All’inferno e ritorno” coronato da un lieto fine sportivo affatto inatteso. Il suo successo – nel 1974 – come esordiente sui campi della Bissolati di Cremona, è stato rinverdito da questo titolo di terna, di gruppo, nella Società da lui guidata, i Beigiurnà, che fa dell’amicizia e dell’attenzione al sociale uno stendardo perennemente lucente.

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