Terra di leggende il regno delle bocce: Arnaldo e Piancavallo

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Storia di un talento puro, originario di Montegrino, e del suo declino dovuto ad un’altra passione spropositata: quella per il cibo

(A cura di Roberto Bramani Araldi) Lo diceva sempre con la massima convinzione, senza tentennamenti, che il mestiere era connaturato con le sue radici, derivava dal paese natio, era, insomma, una tradizione del luogo essere artisti, avere la vocazione dell’arte grafica, della pittura.

Veramente Arnaldo era sì un ottimo artigiano, ma solo esperto d’imbiancatura e di verniciatura, abile anche nelle applicazioni di cartongesso e nella posa di pavimenti in legno. Era di Montegrino, il piccolo borgo di neppure 1500 abitanti abbarbicato a circa 500 metri di altitudine sopra Luino, ed era particolarmente orgoglioso della sua origine che aveva dato i natali a Giovanni Carnovali, detto il Piccio, il noto pittore paesaggista che amava anche rappresentare scene bibliche e mitologiche, ricche di luminosità, sua principale caratteristica.

Ecco Arnaldo sosteneva che il suo dipingere pareti e facciate non era altro che una variante della pittura del Piccio, le sue abitazioni, le sue case, una volta tinteggiate esplodevano in brillantezza, nel riverbero della luce che acquisiva nuova forza conferendo loro quella vitalità che avevano, se non perduta, almeno assopita. Certo che la sua professione non era facilitata dell’ubicazione; tornare al paese tutte le sere, specialmente d’inverno, non era agevole, ma l’amore che nutriva per il luogo superava ogni difficoltà. Eppure ne avrebbe avute di ragioni per trasferirsi a Luino o a Maccagno, centri più comodi per la logistica e per la sua seconda attività: il gioco delle bocce.

Era un giocatore di categoria A nel settore raffa, di livello elevato, tanto che aveva conseguito molti risultati importanti sia nell’individuale, sia in coppia con l’Arialdo, successi in gare regionali e in alcune nazionali, era considerato un campioncino. Ciò che lasciava perplessi nella pratica dello sport era il suo fisico. Arnaldo era un non molto alto, robusto, veramente più che robusto era obeso, il suo peso superava i 130 chili, non solo di struttura, la pancia prominente, le gambe e le braccia da lottatore di Sumo, il collo quasi inesistente, annegato nel grasso che debordava da ogni dove e ciò non avrebbe dovuto rendere, in via ipotetica, fluidi i movimenti, avrebbe dovuto impacciarli.

Invece, allorché impugnava le bocce, tutto diventava naturale, accostate morbide, bocciate ora delicate, ora decise, quelle di volo, poi, un’armonia da ballerino del Boscioi. La sua mole non facilitava l’attività di “pittore”, come proclamava continuamente, inoltre con l’avvicinarsi della cinquantina, cominciavano a insorgere vari problemi di salute, soprattutto diabete e difficoltà digestive. L’amico Filippo, medico di famiglia, lo martellava: “Devi mangiare meno, quando ti siedi a tavola sembri un idrovora, divori tonnellate di cibo” Ma lui rispondeva serafico: “Che vuoi, a me piace mangiare, adoro mangiare, non mangio per vivere, vivo per mangiare!”.

Tuttavia alla fine i guai di salute cominciarono a diventare importanti e dovette convincersi che era necessario porre rimedio ad una situazione preoccupante. Filippo lo convinse che l’unica soluzione era rappresentata dal ricovero di un paio di mesi presso il Centro Auxologico di Piancavallo, dove l’avrebbero rimesso a nuovo, ponendo uno stop ai problemi più impellenti di salute.

Così Arnaldo s’imbarcò nella nuova avventura, s’imbarcò realmente, visto che sceso a Luino, dovette attraversare il lago con il traghetto fino a Intra e poi inerpicarsi su una strada non certo comoda verso Piancavallo. Il paesaggio che si poteva ammirare da lassù era da lasciare sbalorditi, le catene dei bassi monti lombardi, folti di boschi apparentemente infiniti, specchiate nelle sinuosità del lago che si mostrava come traccia d’indaco su carta da disegno immacolata e la ricerca delle poche case sparse di Montegrino, quasi infruttuosa per la naturale difficoltà d’individuare i punti di riferimento, tutto sembrava preparato ad arte per accoglierlo e prospettargli un soggiorno piacevole.

Il centro imponente gli destava un po’ di apprensione, considerata la scarsa familiarità con gli impianti ospedalieri, innanzi tutto quando venne sottoposto a una stretta dietoterapia, con pasti supervisionati e assistiti, educazione alimentare personalizzata e psicoterapia. Per farla breve a lui, abituato a mangiare come il Pantagruel di Rabelais, costretto a un regime alimentare stretto, sembrava di essere precipitato in una grotta a spirale la cui fine non si intravedeva e non bastava certo il rifugio in alcune passeggiate intorno o l’accesso alla vicina chiesetta a cuspide triangolare, nella quale s’intrufolava in un incerto e occasionale rigurgito mistico, a lenire la sofferenza della lontananza dall’amato cibo.

Come Dio volle il soggiorno ebbe fine e l’Arnaldo, trenta chili più leggero, sembrava un figurino, si precipitò a valle voglioso di piatti di fumante pastasciutta ben conscio che non vi avrebbe potuto accedere essendogli rigorosamente proibiti. Ma le bocce? Quelle no, anzi erano consigliate come benefiche per il suo equilibrio fisico.

Quindi, non appena sceso dal traghetto, si fiondò sul vicino bocciodromo di Monvalle e, prese le amate sfere bianco-nere, cominciò a lanciarle verso il boccino. Le prime furono un disastro: una a destra, una a sinistra, una più avanti di due metri, una più indietro di tre. Diede la colpa alla lunga inattività e, paziente, riprovò. Dopo una trentina di tentativi infruttuosi, decisamente irritato, passò a qualche bocciata di raffa e di volo: altra catastrofe, riusciva a colpirne una su cinque, a essere benevoli.

Costernato e mesto ritornò alla sua Montegrino con l’intento di riprovare il giorno successivo, ma nulla mutò: la sua coordinazione, la sua precisione, la sua “classe” sembravano volatilizzate insieme al peso perso, era diventato un cavallo bolso, un “brocco” come lui amava qualificare le vittime che sbranava negli incontri eliminatori, tanto che l’Arialdo non volle più fare coppia con: “Vùn che el dopra i bòcc come di quadrèll!”.
Sembra che – non ci sono certezze in merito –, infischiandosi di ogni consiglio del Filippo, abbia ripreso a ingollare quantità industriali di vivande nella speranza di riconquistare quel talento che a Piancavallo aveva irrimediabilmente perso.

Pillole di bocce. Basso Verbano Taino – 30 agosto – Regionale serale individuale ABCD. Termine iscrizioni il 20 agosto

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