Terra di leggende il Regno delle Bocce: Ersilia

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Un altro racconto ricco di aneddoti ormai andati quello di di Roberto Bramani Araldi, che vede protagonista una giovane diciassettenne

(articolo di Roberto Bramani Araldi) Se l’Ermete, indiscusso capo famiglia Giacconi, si soffermava un attimo a considerare il percorso della sua ormai non più breve esistenza – i prossimi sarebbero stati 54 – non poteva che considerarla non avara di soddisfazioni.

Aveva un lavoro sicuro da alcuni lustri – faceva il factotum, dal giardiniere, all’autista, all’uomo delle pulizie della suntuosa villa con ampia vista sul lago Maggiore, sponda lombarda, s’intende! – con una bella e comoda casa, rappresentata dalla dependance della villa, aveva una famiglia numerosa, quale aveva sempre desiderato, era infine un signor giocatore di bocce: “Un raffatore come me lo devono ancora inventare” come affermava con un notevole spreco di guasconeria, ad amici, parenti e a tutti i malcapitati che gli capitavano a tiro.

Ma non è che tutto fosse così perfetto: un cruccio l’aveva e che cruccio! Aveva quattro figli, veramente erano figlie: Elisabetta, Eleonora, Elena e Ersilia – le aveva chiamate tutte con nomi che iniziassero con la E, in omaggio all’iniziale del suo nome -. La cosa non gli era stata gradita, lui voleva un figlio maschio, ma ogni volta che la Carla rimaneva incinta gli scodellava una femmina.

Alla quarta decise di calare la saracinesca, apostrofando la moglie con un bel: “Non sei capace che di fare femmine, porco giuda, e io volevo il maschio, volevo che il cognome Giacconi – dell’Ermete evidentemente, degli altri non me ne frega niente – andasse avanti, volevo uno al quale potessi insegnare a giocare alle bocce, invece tutte gonnelle, maledizione a te che sei capace solo di sfornare femmine!”.

Ce l’aveva soprattutto con l’ultima, con l’Ersilia, ormai diciassettenne, riuscita decisamente male. Piccola, grassa, di sicuro non un genio a scuola, un viso irregolare affatto affascinante e, per non farsi mancare nulla, pure antipatica, perennemente immusonita e sgarbata. E’ vero che l’Ermete forniva con regolarità elementi a iosa, rabbuffandola di continuo e dicendo “apertis verbis” che era un’incapace, che era stata una delusione, che l’aveva costretto a rinunciare al figlio tanto desiderato e così via imprecandole contro.

Meno male che aveva le bocce. Il piccolo, ristretto campetto a lato del campo da tennis gli permetteva di allenarsi con regolarità, innanzi tutto nel volo, dove era un po’ zoppicante e gl’impediva di essere quel giocatore completo al quale ambiva.

L’Ersilia, invece, si macerava, nessuno del’altro sesso si accorgeva di lei, del resto era cosciente di essere brutta, neppure la famosa bellezza dell’asino – il vecchio detto inteso a caratterizzare la bellezza connessa alla gioventù – la assisteva. Ma se gli altri non la guardavano neppure, lei i maschietti li adocchiava e non è che le spiacessero, anzi.

Un giorno piombò in casa uno dei soci di bocce del padre, un certo Egidio – nome fatale secondo il Manzoni nei suoi Promessi Sposi -, giovane, di pochi anni più anziano dell’Ersilia, reputato una promessa. Fu amore, subito, senza tentennamenti, senza condizioni, senza …, insomma assoluto – da parte della fanciulla, naturalmente, perché l’altro neppure aveva notato la sua presenza -.

Fu così che l’Ersilia cominciò, di nascosto, all’alba o approfittando dell’assenza delle altre componenti della famiglia, a maneggiare le bocce di allenamento, che il padre lasciava in uno stipetto, cimentandosi con l’accosto, essendo impensabile di fare rumore con le bocciate.

Scoprì così che se la cavava abbastanza bene, che, forse, le doti del padre si erano in parte trasmesse alla figlia, e che il gioco le piaceva, eccome, anche se per prudenza si guardava bene dal rendere nota la sua novella passione, esplosa per l’amore verso l’Egidio.

Si procedette così per alcuni mesi fino ad un fatidico venerdì, nel quale L’Egidio piombò in casa arrabbiatissimo, esternando: “Ermete sono furibondo! Mi ero iscritto alla gara domenicale Lui e Lei delle Betulle, in quel paesino in provincia di Cremona, quella con dei bei premi, e zac cosa mi capita? La Carla, la mia socia, non si fa mica venire l’influenza? Sono a terra, non hai qualche brava puntista da darmi?” L’Ermete negò recisamente di conoscere femmine che sapessero giocare alle bocce. Fu così che l’Ersilia raccolse un frammento di coraggio e: “Potrei venire io, me la cavo un pochino”, abbozzò.

Incredulità da parte di entrambi, ma l’Egidio al limite della disperazione, la prese per un braccio e la trascinò sul campetto: “Fammi vedere cosa sai fare” disse imperiosamente.

Ersilia prese una boccia e la lanciò verso il pallino: boccia a bersaglio. Una seconda: stessa sorte, e così per le successive, lasciando esterrefatti sia l’Ermete che l’Egidio.

Accadde che andarono in quel paesino in provincia di Cremona e vinsero sbaragliando ogni coppia avversaria. Fu solo l’inizio. Ersilia venne tesserata e cominciò a giocare – e a vincere – con regolarità, riuscendo finalmente a conquistare un po’ di stima dal suo burbero padre.

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